Chiedere a Conte la riapertura delle strutture? Lopez non siamo d’accordo, ecco perché

Il presidente dell’Associazione AgrigentoExtra, che rappresenta strutture ricettive extralberghiere aderenti a Confcommercio,  con un documento spiega le ragione per cui al momento secondo loro non è il caso di riaprire le strutture:

Ci è stata inoltrata una missiva nella quale è contenuto un documento redatto da un’Associazione del settore extra alberghiero nella quale, in vista di un prossimo decreto nazionale, specifico per il settore turistico, si richiede una libera e non forzosa sottoscrizione dello stesso da inoltrare al Governo Nazionale con due richieste ben precise:

  • La riapertura urgente delle attività con codice ATECO 52.2, ossia quello che identifica il settore extra alberghiero, ad oggi non contemplato in nessun decreto di emergenza (affittacamere, B&B, Case vacanza etc);
  • Un ristoro economico per quella parte dell’extra alberghiero definito “non imprenditoriale” ossia senza partita iva.

Garbatamente e senza voler polemizzare sentiamo di dover fare, come associazione di categoria del settore extra alberghiero, alcune  brevi considerazioni in merito.

Relativamente alla prima richiesta risulta evidente che come qualsiasi attività economica, Covid-19 permettendo, abbiamo tutti una gran fretta di riaprire i battenti delle nostre strutture… ma ci sorge spontanea una domanda: a quale prezzo?

Sappiamo bene che sono in fase di emanazione delle ben precise linee guida comportamentali, se non obblighi, che determineranno una nuova metodologia di accoglienza degli ospiti per il settore alberghiero e, certamente ridimensionata, anche per il settore extra alberghiero.

Regole che includeranno l’utilizzo di tutti i sistemi atti al contenimento della diffusione del Covid-19 tra cui immaginiamo mascherine, guanti, distanza di sicurezza all’interno ed all’esterno delle strutture, sanificazione specifica periodica se non giornaliera con presidi medici, self check-in etc. Tali accorgimenti hanno un costo, sia in termini di approvvigionamento che in termini di personale, anche per le strutture a conduzione prettamente familiare.

Si ipotizza per altro un turismo regionale che per numeri sarà nettamente inferiore a quello nazionale ed internazionale al quale siamo abituati.

Sarà in grado una piccola struttura ricettiva di 5 o 6 camere a far fronte a queste spese che, visto anche l’innalzamento dei prezzi dei DPI,  non sono cosa da poco? Ipotizzando una camera matrimoniale, che costo hanno 2 mascherine, quattro paia di guanti, gel disinfettante, prodotti per la pulizia con categoria di presidio medico OGNI GIORNO? E soprattutto, che costi ha un singolo intervento di sanificazione di tutti gli ambienti da parte di ditte specializzate ed autorizzate? Quanto dovrei far pagare la camera ai due ospiti? Quanto occorrerebbe guadagnare per far fronte a questi costi che si aggiungono alla normale gestione della struttura?

In definitiva, conviene davvero aprire adesso oppure sarebbe meglio attendere, anche facendo sacrifici?

E tralasciando l’aspetto economico…nessuno ha più un ragionevole e sensato timore di subire il contagio in una fase in cui occorre ancora prestare la massima attenzione? 

Relativamente alla seconda richiesta, ci esprimiamo riferendoci esclusivamente alla legislazione in vigore.

Quella che viene definita “struttura ricettiva non imprenditoriale”, con lievi differenze normative che ne regolano l’organizzazione ed i requisiti, necessita comunque ed in qualunque regione italiana di una autorizzazione da parte degli Enti preposti.

E’ indubbiamente un’attività economica turistica in quanto produce reddito. Pertanto l’aspetto fiscale non è determinata dalle normative turistiche regionali ma dal Diritto Tributario e dal relativo Codice.

Anche il Codice Civile recita espressamente che “l’imprenditore è chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi”.

E pure l’Agenzia delle Entrate si è chiaramente espressa in merito alla quaestio.

Mi pare scontato che un’attività economica in ambito turistico per lavorare deve per forza essere organizzata nella sua gestione, attraverso software specifici (Sito web, Booking engine e/o Channel Manager), promozione sulle OTA e su portali web che fungono da vetrina. E certamente anche i guadagni, in linea di massima dovrebbero essere commisurati a tali investimenti economici poichè diversamente l’attività sarebbe in perdita.

Già questo basta a comprendere, senza voler addurre ancora altre ragioni, che non riteniamo possibile classificare un’attività economica turistica come “non imprenditoriale”…a meno che i posti letto siano 2 o 4 ed i guadagni siano talmente bassi, nell’ordine di circa 10mila euro annui, tali da poter essere inseriti in dichiarazione come “redditi diversi”.

Senza volerci addentrare ulteriormente in materia fiscale, poiché  ognuno ha il suo commercialista di riferimento e pur comprendendo il momento di grave crisi mondiale, riteniamo che non sia corretto chiedere di accedere a degli aiuti per le attività economiche turistiche vere e proprie ossia imprenditoriali quando si dichiara apertamente che non lo si è!

Piuttosto ci auguriamo, e sarebbe più giusto proporre, che un ristoro ad hoc venga studiato per coloro i quali vivono ed hanno come unica fonte di reddito l’attività di accoglienza turistica a basso reddito, dunque non imprenditoriale, che è cosa ben diversa.

Salta all’occhio comunque che le leggi di riferimento del settore turistico extra alberghiero sono oramai inidonee a regolamentare un settore in fortissima espansione ed evoluzione in tutti i suoi aspetti. E che le fonti da cui si tenta di trarre la “corretta via normativa” sono troppe, confuse e spesso contrastanti tra loro. 

Una buona revisione delle leggi in materia per riorganizzare correttamente il comparto è quantomai necessaria ed urgente.

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