31 anni fa l’omicidio del giudice Beato

Stava percorrendo il viadotto San Benedetto, a tre chilometri da Agrigento quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo hanno affiancato costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari hanno sparato numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino ha tentato una disperata fuga, ma è stato bloccato. Sceso dal mezzo, ha cercato scampo nella scarpata sottostante, ma è stato ammazzato con una scarica di colpi. Prima di lui, il 25 settembre 1988, stessa sorte toccò al presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo Antonino Saetta e al figlio Stefano trucidati in un agguato mafioso. Nella sua attività Livatino si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la ‘Tangentopoli siciliana’ e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni. Dal quel 21 settembre 1990 sono passati 31 anni. Un testimone oculare, Ivano Nava, agente di commercio che si trovava a passare sulla sua Lancia Thema, assiste all’omicidio e grazie a lui le indagini giungono a identificare i componenti del commando omicida e i mandanti. Vengono condannati all’ergastolo gli esecutori Paolo Amico, Domenico Pace, Gaetano Puzzangaro, Salvatore Calafato, Gianmarco Avarello e i mandanti Antonio Gallea e Salvatore Parla. Tredici anni sono inflitti a Croce Benvenuto e Giovanni Calafato, entrambi collaboratori di giustizia. «Dinanzi all’Eterno non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili», affermò in una occasione. Ripensando alla figura del magistrato,  Papa Francesco ribadì che resta un esempio «non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni». In base alla sentenza che ha condannato al carcere a vita sicari e mandanti, Livatino, beatificato lo scorso 9 maggio, è stato ammazzato perché «perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia». Questa mattina, nel luogo, dell’agguato, la cerimonia di commemorazione davanti la stele dedicata a Rosario Livatino.